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Quel 23 maggio 1992, a Capaci, io c'ero (di Giuseppe Costanza)

Paese strano, l’Italia. Ricorda i suoi eroi con manifestazioni piene di commozione e poi non ne raccoglie l’eredità. Celebra le vittime innocenti, ma solo a patto che siano morte. Ecco, io invece sono sopravvissuto.

 

Sono stato l’autista di Giovanni Falcone dal 1984 al 1992: 8 anni di viaggi che si sono trasformati, chilometro dopo chilometro, in un rapporto di stima e fiducia. Di parole, certo, e di piccole confidenze, come quando, pochi giorni prima dell’attentato, Falcone mi disse raggiante che presto sarebbe diventato Procuratore nazionale Antimafia; ma anche di lunghi silenzi. Uno dei ricordi più commoventi sono le mattine in cui lo andavo a prendere e lo trovavo ancora in vestaglia, dopo una notte insonne passata a studiare. Ero felice di potergli far recuperare un po’ di riposo, dormendo durante il tragitto. Lo svegliavo con qualche minuto di anticipo sull’arrivo, per consentirgli di non presentarsi assonnato.

Quel 23 maggio come sempre aveva chiamato me - e non la scorta, come invece sarebbe di prassi - per organizzare il trasferimento e allo svincolo di Capaci io c’ero, in auto con Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo.

 

Vivo per miracolo, ma cominciava per me una nuova odissea. Quello Stato che avevo servito con il mio lavoro a supporto di uno dei suoi più alti difensori non mi voleva più. Ignorato dalle commemorazioni ufficiali, retrocesso a portiere. Da una parte insignito della Medaglia d’oro al valore civile, dall’altra dimenticato a fare fotocopie.

 

Come impiegato civile del Ministero della Giustizia non avevo gli stessi diritti degli altri colleghi della scorta, dipendenti del Ministero degli Interni; eppure la carica di tritolo che ci aveva fatto saltare in aria era la stessa.

 

Solo anni dopo è arrivata la legge 407/1998 che ha assottigliato le differenze tra me e loro, con ulteriori norme in favore delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata. E mi piace pensare che, nel mio piccolo, anche le mie numerose - e in certi casi eclatanti - azioni di protesta siano servite a smuovere le coscienze.

 

Per vedere riconosciuti i miei diritti pensionistici, però, c’è voluta una battaglia legale. Vi sembra normale portare proprio il Ministero della Giustizia davanti a un Giudice?

 

Eppure è stato così. Ho ottenuto tutti i diritti pensionistici che mi competevano solo grazie agli avvocati Paolo e Maurizio Guerra, che con professionalità, tenacia e grande umanità hanno sostenuto la mia causa per la corretta applicazione della legge 206/2004.

 

Oggi posso dire di aver ritrovato fiducia nella giustizia e anche quella speranza nel futuro che per oltre vent’anni avevo perso.

 

Sono tornato a percorrere chilometri su chilometri, questa volta portando il ricordo di Giovanni Falcone a tantissimi studenti delle scuole superiori in tutta Italia. A loro, che nel ’92 non erano ancora nati, racconto quella parte di Storia che non trovano sui libri, spiego che se la mafia spara meno è solo perché si è adattata ai tempi e che non dobbiamo mai abbassare la guardia.

 

Si dice che le sue idee camminino sulle nostre gambe. A volte penso non sia andata così. Ma aldilà delle passerelle politiche e dei riflettori accesi solo nelle occasioni ufficiali, trovo veri segnali di cambiamento nel silenzio totale in cui i ragazzi mi ascoltano attenti.

 

Le nuove generazioni sono l’arma più potente per costruire la cultura della legalità. Io ci credo. Ancora, nonostante tutto.

 

 

 

Per 25 anni, dopo la strage di Capaci, Giuseppe Costanza ha continuato a lottare. Sul piano privato, per vedersi riconosciuto un ruolo di impegno civile contro le mafie. E nelle aule di tribunale, insieme allo Studio Guerra, per ottenere gli importanti benefici pensionistici riservati alle Vittime del terrorismo. In questa intervista del 2007 ricordava i tragici momenti prima dell’attentato ed esprimeva tutta la propria amarezza.

 

 

Il commento dell'avv. Maurizio Guerra

 

Le vittime di mafia e i familiari superstiti - oltre al risarcimento danni, garantito dallo Stato mediante un Fondo ad hoc - hanno diritto alle erogazioni di speciali benefici economici e assistenziali.   

 

I più importanti sono riservati alle “vittime del terrorismo”.

 

Ma la strage di Capaci è stato uno degli esempi più eclatanti della disparità di trattamento tra vittime di uno stesso evento lesivo: nonostante siano tutte “vittime di mafia”, per molto tempo alcune sono state riconosciute subito come “vittime del terrorismo” ed altre, invece, “vittime della criminalità organizzata”.

 

Differenze non di poco conto considerato che solo ai familiari di vittime del terrorismo, sopravvissute con invalidità almeno del 50%, sono concessi, a ognuno di essi, assegni per circa 1900 euro al mese. Per non dire poi dei benefici pensionistici, come l'aumento figurativo di dieci anni di anzianità contributiva e pensione pari all'ultima retribuzione, incrementata del 7,5%, se l'invalidità permanente della vittima risulti almeno pari all'80%.

 

Lo stesso diritto vale per le vittime con un’invalidità non inferiore al 25% che proseguono l'attività lavorativa fino al pensionamento, ma sempre e solo a patto che l’evento sia configurato di matrice terroristica.

 

Queste anomalie le abbiamo registrate soprattutto negli eventi in cui sono rimasti invalidi gli appartenenti al Comparto Difesa e Sicurezza, dichiarati il più delle volte “vittime della criminalità organizzata” se non “vittime del dovere”, quando, invece, per le modalità di esecuzione dell’attività criminale, avrebbero meritato di essere dichiarati “vittime del terrorismo”.

 

Giuseppe Costanza, nonostante fosse stato riconosciuto sin da subito vittima del terrorismo, ha avuto per anni liquidato erroneamente il proprio trattamento di pensione e siamo stati costretti a chiedere l’intervento del Giudice per l’esatta applicazione della normativa.

 

Insomma, grandi disparità di trattamento tra categorie di vittime ed errate interpretazioni o inesatte applicazioni delle leggi dovrebbero spingere ogni interessato a valutare concretamente la propria posizione per evitare di mettere a repentaglio importanti diritti.

 

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