Salta al contenuto principale
Digita una parola chiave, ad esempio, "causa di servizio"
Digita una parola chiave, ad esempio, "causa di servizio"
  • … hai i permessi per ad accedere a questa pagina. Vai al  login  per continuare o controlla l'url inserito. … 113 …
  • numeri identificativi polizia servizio ordine pubblico

    Titolo
    Si torna a parlare di numeri identificativi per le Forze di polizia in servizio di ordine pubblico
    Contenuto della pagina

    Nella seduta n. 80 del 09 novembre 2018 è stata annunciata la presentazione, da parte dell’Onorevole Nicola Fratoianni (LEU), del disegno di legge A.C. 1351 avente per oggetto “Disposizioni in materia di identificazione del personale delle Forze di polizia in servizio di ordine pubblico”. 1

    Il testo ufficiale del disegno di legge, che ha natura ordinaria e risulta ancora da assegnare, non è ancora disponibile e quindi non si conosce. Ma Fratoianni non è nuovo al tema in quanto già nella scorsa legislatura aveva presentato un disegno di legge dal titolo analogo e che nei contenuti nulla fa pensare essere differente da quello appena presentato.

    La proposta di allora recitava:

    “…A tale fine si propone che l’operatore delle Forze di polizia che sia impiegato in servizi di ordine pubblico e non indossi l’uniforme prescritta sia tenuto a portare indumenti (giacche, pettorine o altro idoneo) che lo identifichino univocamente e a distanza come appartenente alle Forze dell’ordine, evitando, così, che si generino equivoci o confusioni che, nella tensione inevitabile di talune manifestazioni di piazza, potrebbero acuirla o, comunque, portare a gravi disordini. 
    Si propone, inoltre, che i funzionari responsabili indossino sempre e comunque la sciarpa tricolore, come previsto dal decreto del Ministro dell’interno 19 febbraio 1992, che determina le caratteristiche delle divise degli appartenenti alla Polizia di Stato. Tale segno di riconoscimento (o un altro analogo previsto dai regolamenti, purché molto evidente anche a distanza) dovrà essere indossato anche sull’uniforme da parte di chi dirige le operazioni. 
    Infine, la presente proposta di legge rende obbligatoria l’identificazione del personale che indossa il casco protettivo mediante l’applicazione di contrassegni univoci sullo stesso.” Si propone, inoltre, che i funzionari responsabili indossino sempre e comunque la sciarpa tricolore, come previsto dal decreto del Ministro dell’interno 19 febbraio 1992, che determina le caratteristiche delle divise degli appartenenti alla Polizia di Stato. Tale segno di riconoscimento (o un altro analogo previsto dai regolamenti, purché molto evidente anche a distanza) dovrà essere indossato anche sull’uniforme da parte di chi dirige le operazioni. 
    Infine, la presente proposta di legge rende obbligatoria l’identificazione del personale che indossa il casco protettivo mediante l’applicazione di contrassegni univoci sullo stesso.” 2

    Vedremo se nei prossimi giorni la nuova proposta di legge sarà differente o ricalcherà quella presentata nel 2015. In ogni caso è immaginabile prevedere che il contenuto non vedrebbe favorevole solo la sinistra di LEU. Già nei primi mesi del 2017 in Commissione Affari Costituzionali, durante la discussione sul decreto legge sulla sicurezza urbana, il M5S aveva presentato un emendamento che prevedeva che sulla divisa delle forze dell’ordine venisse “apposto un codice identificativo univoco di squadra” che fosse visibile “a distanza di almeno 15 metri e anche in condizioni di scarsa visibilità”.

    Non è stato il primo caso in cui il movimento ha manifestato il proprio interesse ad introdurre la norma come si può vedere da questo video del 2013:

    I sindacati di categoria non sono mai stati d’accordo con la necessità di identificazione del personale delle FF.OO. durante i servizi di ordine pubblico:

     

    “Numeri identificativi per ‘schedare i poliziotti? No grazie. Donne e uomini in divisa pagano già un tributo troppo alto perché la loro incolumità fisica e mentale venga messa ulteriormente a repentaglio dall’ennesimo bersaglio che si vuole piazzare sul loro petto. Dobbiamo constatare purtroppo come da Amnesty giungano sempre interventi che partono dal solito abominio concettuale: non è dagli operatori delle Forze dell’ordine che i cittadini devono essere difesi. I poliziotti non fanno altro se non stare al servizio dei cittadini, delle istituzioni, dello Stato. I poliziotti, come diciamo sempre, non sono buttafuori da strada, l’uso della forza è l’estrema ratio cui devono ricorrere per difendere se stessi e gli altri; e deve essere ben chiaro a tutti che aggredire un operatore delle Forze dell’ordine non si può, è un reato, e non può in alcun modo essere ammesso, tollerato, giustificato.  3

    • 1. Atto Camera: 1351. Proposta di legge: FRATOIANNI e PALAZZOTTO: “Disposizioni in materia di identificazione del personale delle Forze di polizia in servizio di ordine pubblico”.
    • 2. Proposta di Legge d’iniziativa dei deputati FRATOIANNI, SCOTTO, FERRARA, DANIELE FARINA, DURANTI, PIRAS, QUARANTA, COSTANTINO. Disposizioni in materia di identificazione del personale delle Forze di polizia in servizio di ordine pubblico. Presentata l’8 aprile 2015.
    • 3. Comunicato FSP Polizia di Stato.
    Data di pubblicazione
    Riassunto
    Nuova Proposta di Legge per l'identificazione del personale delle Forze di polizia in servizio di ordine pubblico.
    Immagine principale
  • Corte dei Conti. Medicina legale della pubblica amministrazione

    Titolo
    Corte dei Conti. La medicina legale della pubblica amministrazione tra diritto e contenzioso
    Contenuto della pagina

    Presso la Sede della Corte dei Conti di Roma è stato organizzato un importante Convegno volto a promuovere e tutelare la cultura medico-legale a livello scientifico, legislativo, sociosanitario e professionale. L’obiettivo è quello di difenderne i principi etici e deontologici coinvolgendo nello stesso consesso medici, magistrati ed avvocati, per affrontare gli argomenti partendo da punti di vista differenti. Si evidenzieranno le normative che nel tempo possono essersi stratificate in modo disarmonico e che oggi necessitano di una rivisitazione e ridefinizione alla luce dell’attuale evoluzione sociale, scientifica e giuridica nonché di ogni relativo proficuo dibattito.

    convegno medicina legale

    Lunedì 22 ottobre 2018

    Ore 13.30
    Registrazione partecipanti

    Ore 14:30
    Saluto delle autorità
    Angelo Buscema Presidente della Corte dei Conti
    Gen. C.A. Claudio Graziano Capo di Stato Maggiore della Difesa


    Ore 15:00
    Propulsioni e inizio attività congressuali
    Il Risarcimento del danno tra causa di servizio e responsabilità civile
    Alberto Avoli Procuratore Generale Corte dei Conti:
    La medicina legale della Pubblica Amministrazione tra storia ed attualità
    Brig. Gen. Luigi Lista Presidente del Collegio Medico Legale della Difesa.

    1^ Sessione

    ORGANISMI GIURIDICO-SANITARI DELLO STATO: CRITICITÀ A QUASI VENT’ANNI DALL’INTRODUZIONE DEL D.P.R. 461/01

    Presiede: Fausta Di Grazia Procuratore Generale Aggiunto Corte dei conti
    Modera: Franca Franchi Direttore Generale Direzione dei Servizi del Tesoro - MEF

    16.00 Le attività degli organismi territoriali (CMO, CMV, Commissioni ASL E CM II Istanza). Cap. me CC Maria Teresa Sorrenti Membro effettivo Sezione Speciale Collegio Medico Legale.

    16.20 Il Comitato Di Verifica per le Cause Di Servizio.
    Fausta Di Grazia Presidente del Comitato di Verifica per le Cause di Servizio.

    16.40 Coffe break

    17:00 Il Collegio Medico Legale: attività delle Sezioni Speciali presso la Corte dei conti.
    Col. sa. (me) Paolo Giuliani Presidente della Sezione Speciale del Collegio Medico Legale presso la Corte dei conti di Roma.

    17.20 L’attività dell’Ufficio Medico Legale del Ministero della Salute.
    Clara Valiani Dirigente Medico Professionalità Sanitarie, Uff. 3° Medico Legale - Direzione Generale della Vigilanza sugli Enti e della Sicurezza delle Cure.

    17.40 Indipendenza, imparzialità e terzietà degli organi giuridico-sanitari dello Stato nell’ambito dell’attività di consulenza tecnica in materia pensionistica. Giovanni Comite Consigliere 3^ Sezione Giurisdizionale Centrale d’Appello

    18.00 Il punto della giurisprudenza amministrativa nella materia delle cause di servizio ed il concetto della discrezionalità tecnica
    Gaetana Natale Avvocato dello Stato presso l’Avvocatura Generale dello Stato

    18.20 Discussione - Fine lavori 1ª giornata


    Martedì 23 ottobre 2018

     

    2^ Sessione

    RESPONSABILITÀ SANITARIA ALLA LUCE DELLA LEGGE 24/2017

    Presiede: Andrea Lupi Procuratore Regionale Lazio Corte dei Conti
    Modera: Riccardo Zoia Professore Ordinario Università Studi Milano Presidente della S.I.M.L.A.

    09.00 La colpa penale dell’esercente le professioni sanitarie tra legge e giudice.
    Claudio Buccelli Professore Ordinario Medicina Legale Università Federico II di Napoli.

    09.30 La responsabilità medica in ambito penale alla luce della legge 24/17.
    Rocco Blaiotta già Presidente IV Sezione Penale Corte di Cassazione.

    10.00 Imperizia e linee guida nel fuoco della responsabilità penale.
    Matteo Caputo Professore Associato Università Cattolica del Sacro Cuore - Facoltà di Giurisprudenza.

    10.30 La responsabilità sanitaria tra tradizione e innovazione.
    Giacomo Travaglino Presidente 3^ Sezione Civile Corte di Cassazione.

    11.00 Coffee break

    11.30 La responsabilità amministrativa.
    Paolo Crea Vice Procuratore Regionale Lazio Corte dei Conti.

    12.00 Il controllo dei costi e il quadro delle responsabilità.
    Carlo Chiappinelli Presidente Sezione Regionale Controllo Lazio.

    12.30 Il punto di vista dell’avvocato.
    Antonio Grumetto Avvocato dello Stato presso l’Avvocatura Generale dello Stato.

    13.00 Discussione

    13.30 Light Lunch

     

    3^ Sessione

    GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DEL DIRITTO A PENSIONE

    Presiede: Luciano Calamaro Presidente 2^ Sezione Giurisdizionale di Appello
    Modera: Magg. Gen. Nicola Sebastiani Ispettore Generale Sanità Militare

    14.30 La causa di servizio ed i conseguenti benefici dopo il Decreto Salva Italia.
    Francesco Tomasone Professore addetto alla Corte Costituzionale.

    15.00 La causa di servizio e le altre tutele delle patologie da lavoro: un confronto necessario per nuove proposte.
    Patrizio Rossi Sovrintendenza Medica Generale Direzione Generale INAIL
    Fabrizio Ciprani Direttore di Sanità Polizia di Stato.

    15.40 Una inabilità difficile: il proficuo lavoro nelle sue evoluzioni medico-legali e giurisprudenziali.
    Giorgio Bolino Presidente Commissione Medica Superiore del MEF
    Massimo Piccioni Coordinatore Generale Medico Legale INPS.

    16.20 Le patologie asbesto correlate ed altri rischi specifici.
    CV (San) Nicola Maffeo Membro effettivo del Collegio Medico Legale della Difesa.

    16.40 Coffee break

    17.00 Attualità giurisprudenziale in tema di causa di servizio e di pensione privilegiata ordinaria.
    Elena Tomassini Consigliere 1^ Sezione Giurisdizionale Centrale d’Appello.

    17.30 Contenzioso: il punto di vista dell’avvocato
    Maurizio Maria Guerra Avvocato dello Studio Legale Associato Guerra

    18.00 Discussione e somministrazione questionari

    18.20 Fine lavori
    Procuratore Generale Corte dei Conti Alberto Avoli
    Ispettore Generale della Sanità Militare Magg. Gen. Nicola Sebastiani.

    Data di pubblicazione
    Riassunto
    Presso la Sede della Corte dei Conti di Roma è stato organizzato un importante Convegno volto a promuovere e tutelare la cultura medico-legale a livello scientifico, legislativo, sociosanitario e professionale.
    Immagine principale
  • Cassarà e Antiochia. Un’amicizia all’estremo sacrificio

    Titolo
    Ninni Cassarà e Roberto Antiochia. Un’amicizia sino all’estremo sacrificio
    Contenuto della pagina

    Di Pippo Giordano

     

    Tenterò di far comprendere che tra Ninni e Roberto non c’è stato solo e soltanto un rapporto tra il funzionario e l’agente, ma qualcosa di più che andava oltre l’attività investigativa. Quando Roberto è arrivato nella nostra sezione, diretta da Cassarà, subito è stato accolto con simpatia e se vogliamo con tenerezza: era giovanissimo. Un ragazzo alto, snello, un vero simpaticone che si è subito inserito nel gruppo. Egli è arrivato all’indomani dell’omicidio del generale Dalla Chiesa, insieme a tanti altri colleghi, tra funzionari ed agenti. Alcuni di loro, dopo essere stati riservatamente scrutinati, sono stati costretti a lasciare la Mobile, mentre Antiochia, così come Beppe Montana, è rimasto. D’altronde non poteva essere diversamente: solo il personale che dava garanzia e dimostrava capacità investigative poteva far parte di quella che all’unisono era considerata l’università delle investigazioni d’Italia, ovvero la Squadra Mobile di Palermo.

    repubblica 07/08/85

    Sono passati 27 anni ed ancora oggi ho ricordi nitidi di Roberto e Ninni, entrambi assassinati il 6 agosto del 1985. E, quando nel maggio del ’85 mi sono congedato per l’ultima volta da Cassarà, la mia premonizione si è poi avverata. Nel salutarci, dopo un caloroso e forte abbraccio (io lasciavo Palermo) ho detto a Ninni che da quelle finestre del condominio di fronte al suo, i killers potevano sparare in tranquillità. “Ninnì non mi piace questo posto” ho soggiunto. E sempre, in quel mese di maggio del ’85 commentando il cambio di dirigenza della Mobile, ho detto a Ninnì: “Questa Squadra mobile entro sei mesi sarà distrutta”. Non mi sono sbagliato, purtroppo! A luglio c’è stata la morte di Salvatore Marino, avvenuta proprio negli uffici della Mobile.

    commemorazione

    Sovente, passo metà del mio tempo a ricordare tutti i miei migliori amici che mi hanno lasciato e l’altra metà per comprendere i motivi della loro scomparsa. Non riesco a darmi risposte: non riesco a darmi pace. Prima di tutto perché mi è stato letteralmente impedito di raggiungere Palermo, dopo l’assassinio di Beppe Montana. Secondo, una domanda echeggia nella mia mente. Perché lo Stato ha permesso gli omicidi di poliziotti, carabinieri, magistrati, innocenti bambini, donne indifese e semplici onesti imprenditori, per finire poi con le stragi del 92/93? Nel periodo della Mobile di Cassarà respiravamo il “nuovo” modo d’investigare: metodo innovativo che ribaltava la visione del fenomeno mafia. Per decenni lo strapotere di Cosa nostra veniva collocato e circoscritto nei confini siciliani. Mentre la lungimiranza di Ninni Cassarà, in raccordo con Giovanni Falcone, faceva sì che le proiezione della mafia sicula, oltrepassava lo Stretto, sino a solcare l’Oceano per raggiungere gli States. In quel periodo, Chinnici e Falcone potevano contare su un team d’investigatori di tutto rispetto: Cassarà, Montana della V°sezione investigativa antimafia e Francesco Accordino della sezione “Omicidi”. Due Sezioni che collaboravano gomito a gomito. Una meravigliosa stagione era iniziata nel contrasto a Cosa nostra. Finalmente, lo squarcio sulle nebulose attività pregresse contro la mafia, era avvenuto: un’aria nuova impregnava soavemente i nostri uffici e tutti eravamo consapevoli che la guerra contro Cosa nostra potevamo vincerla: era a portata di mano. Sognatori, illusi e niente più. Ma, in noi c’era un senso di disciplina a quelle che erano i dettami della Costituzione: innanzi tutto il dovere e la fedeltà. Purtroppo, ahimè, anche nelle nostre file i traditori tramavano contro di noi intessendo rapporti, certamente remunerativi, col nemico Cosa nostra. E, lo Stato non solo è rimasto sordo alle richieste mie e di Cassarà, per ottenere più mezzi e strumenti per contrastare Cosa nostra, ma, come le indagini hanno poi dimostrato, qualche importante uomo politico incontrava segretamente la mafia. Solo condoglianze, solo corone di fiori e qualche parole di circostanza seguivano i feretri di poliziotti, carabinieri e magistrati sino all’ultima dimora. Pupiate, nel vero stile italico. Ma noi andavamo avanti. E, la dimostrazione dell’alto senso dell’amicizia sta nel gesto di Roberto Antiochia che sino all’estremo sacrificio è stato accanto al suo “Capo” Ninni Cassarà. Io avrei dovuto e voluto essere con loro in via Croce Rossa a Palermo: luogo del loro martirio, ma mi è stato impedito.

     

    Ninni e Roberto vi ricordo con affetto e non perdo mai occasione di raccontarvi ai ragazzi delle scuole medie e superiori: devono conoscere qual è stata la vostra amicizia. Devono sapere che avete pagato un alto prezzo per essere stati onesti, per essere stati davvero uomini che credevano nell’onore. Altro che gli appartenenti a Cosa nostra, che pomposamente si facevano e si fanno chiamare “uomini d’onore”, oppure coloro che per soldi si dono venduti ai mafiosi. La differenza tra voi e loro, sta in quel meraviglioso vostro sorriso che ogni giorno illuminava la nostra V° Sezione.


    pippo giordano

    Pippo Giordano è “il sopravvissuto”. Ex ispettore della Dia, ha attraversato la stagione più dura della lotta alla mafia in prima linea. Senza pentiti e intercettazioni ma al fianco di alcuni degli ultimi eroi civili d’Italia. Con Paolo Borsellino il giorno dell’ultimo interrogatorio di Gaspare Mutolo; compagno di pattuglia di Lillo Zucchetto, agente “troppo sveglio” e quindi ucciso all’inizio degli anni Ottanta; con Beppe Montana nelle montagne madonite alla ricerca di Michele Greco, il “papa”, qualche mese prima che anche lui venisse ammazzato; con Ninni Cassarà e Natale Mondo alla squadra mobile di Palermo e con Giovanni Falcone lungo l’arco di tutta la sua camera, a Palermo o in giro per l’Italia alla ricerca dei soldi di Cosa nostra. Pippo Giordano la mafia l’ha respirata fin da piccolo, assistendo alle visite di suo padre al boss della zona, con tanto di baciamano e “servo suo sono”. Un elemento in più per diventare bersaglio della mafia. Giordano conosce la lingua ufficiale dei mafiosi, ne comprende i passaggi logici e ne anticipa le mosse. E così negli anni Novanta diventa il “custode” dei pentiti. Fra poliziesco e libro-in-chiesta, “Il sopravvissuto” è un racconto intenso, pieno d’umanità, scritto con il linguaggio della strada, che narra anche i retroscena e le ombre di quella zona di contatto fra mafia e pezzi di Stato.


    Ringraziamo Pippo Giordano per averci concesso l’opportunità di condividere questo lavoro. L’articolo è stato pubblicato da 19luglio1992.com ed è consultabile direttamente sul sito della testata cliccando qui.

    Data di pubblicazione
    Riassunto
    In questo ricordo di Pippo Giordano, il rapporto speciale che univa il vicequestore Antonino Cassarà con l'agente di scorta Roberto Antiochia.
    Immagine principale
  • Atleti Paralimpici della Difesa. Storia raccontata in Rivincita

    Titolo
    Gli atleti Paralimpici della Difesa: una storia di vittorie raccontata in un libro
    Contenuto della pagina

    Una storia di persone che hanno incontrato il buio e ne sono usciti, hanno saputo rialzarsi ad ogni caduta maledicendo l’ostacolo e aggrappandosi alla loro forza di volontà.

    Un libro importante che rivaluta lo sport e ne promuove il ruolo di veicolo di socialità, libertà e unione e, parallelamente, dimostra che può essere lo strumento migliore per riappropriarsi della vita, non solo nel caso di incidente o infortunio, come quelli vissuti e narrati dagli atleti, ma per chiunque si trovi a vivere con i limiti (soggettivi e oggettivi) di una disabilità.

    Non sono storie di eroi, ma di persone normali che, attraverso lo sport hanno ritrovato la forza e l’energia quando sembravano non averne più; che hanno fatto dei loro limiti una spinta, non per diventare eccezionali ma per tornare a vivere una quotidianità nuova, diversa da quella che conoscevano e sono diventati un esempio per tutti.

    I protagonisti

    protagonisti Rivincita

    Nel 2014 quando tutto è cominciato erano 12… in due anni il numero degli atleti è salito a 41 ed è destinato ad aumentare. Non solo perché possono accadere altri eventi critici ma perché, per fortuna, molti dei militari che sono stati feriti in servizio, con un po’ di tempo e coraggio, si sono convinti a rimettersi in gioco. Come in alcune grandi imprese pionieristiche sono in molti ad aspettare che qualcun altro faccia il primo passo… e pochi ad assumersi il rischio di fare da apripista.
    Pochi ma buoni, anzi buonissimi. Fra questi uno in particolare è il “motore” dell’impresa GSPD e mai come nel suo caso tale epiteto è stato più appropriato. Il Tenente Colonnello Marco Iannuzzi è un “motore vivente”, non solo perché lui ha passato parte della sua vita su un aereo ma soprattutto perché ha spinto, guidato e, a volte trascinato, i pochi visionari che lo hanno seguito e assecondato.

     

    Avevano ragione però: da 12 a 41 in tre anni, partecipazione ad eventi e manifestazioni atletiche di importanza mondiale, successi e vittorie in ogni disciplina, visibilità e riconoscimenti per le fatiche e l’impegno.

    Serg. M.O.V.M. Andrea Adorno; Col. (R.O.) Alessandro Albamonte, Dipendente civile della Difesa, Antonio Auricchio; 1° Mar. (R.O.) C.A.M.E. Luca Barisonzi; Ten. Col. (R.O.) Pasquale Barriera; Mar. Magg. Bonaventura Bove; Sc. 3^ cl (R.O.) Gianfranco Bongiovanni; Col. (R.O.) Carlo Calcagni; C.le Magg.Ca.Sc. Andrea Maria Cammarata; Ten. Col. (R.O.) Giuseppe Campoccio; C.le Magg.Sc. (R.O.) Pellegrina Caputo; 1° Mar. (R.O.) C.O.A.T. Simone Careddu; App. Massimo Chiappetta; C.le Magg.Sc. (R.O.) M.O.V.E. – C.O.A.T Monica Graziana Contrafatto; C.le Magg.Ca.Sc. M.O.V.T. Luca Cornacchia; Mar. Magg. Giovanni Dati; Serg. Antonio Della Volpe; Mar. Magg. (R.O.) M.O.V.CC. Loreto Di Loreto; Car. Sc. (R.O.) Raffaele Di Luca; C.le Magg.Ca (R.O.) Simone D’Orazio; C.le Magg. Ca. M.O.V.T. Maurizio Drago; C.le Magg.Ca.Sc. (R.O.) M.A.V.C. Ferdinando Giannini; App. Sc. (R.O.) Domenico Giulini; C.le Magg.Ca. Sc. M.B.V.E. Giuseppe Grilletto; Ten. Col. (R.O.); Armando Marco Iannuzzi; C.le Magg.Ca.Sc. (R.O.) C.O.M.E. Salvatore La Manna; C.le Magg.Ca. Luca Locci; C.le Magg.Ca.Sc. Moreno Marchetti; Mar. Magg. Fabio Marsiliani; Vice Brig. (R.O.) M.B.V.E. Marco Menicucci; Mar. Ca. (R.O.) Francesco Mottola; Ten.Col. (R.O.) M.O.V.M. Gianfranco Paglia; Ten.Col. (R.O.) M.B.V.M. Roberto Punzo; Assistente Tecnico Alessandro Recita; C.le Magg.Sc. (R.O.) Domenico Russo; S.Ten. (R.O.) Massimo Sapio; Assistente Tecnico Giuseppe Spatola; Ten. (R.O.) Piero Rosario Suma; Sc. (R.O.) Antonio Tafuri; Ten. Col. Fabio Tomasulo; Ten.Col. (R.O.) Potito Massimo Vitella.

    Il volume

    copertina Rivincita

    RIVINCITA

    Le storie, le sfide, le vittorie del GSPD – Nuova edizione a cura di Puntidivista
    Casa Editrice Puntidivista
    http://www.puntidivistapdv.it

    Pagine: 156
    ISBN 978-88-98793-70-9
    Prezzo: 15 Euro
    Per ordini: info@puntidivistapdv.it


    bellucci

    Benedetta Bellucci è l’autrice di RIVINCITA - Le storie, le sfide, le vittorie del GSPD, un libro che parla di forza, coraggio, e determinazione. Biografie e immagini che fermano le azioni e le reazioni del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa che, in tre anni, ha già scritto una storia che merita di essere raccontata: quella di una “rivincita”, intesa come riscossa, rinascita, e, spesso, vittoria.


     

    Data di pubblicazione
    Riassunto
    Presentiamo il volume “Rivincita”, la storia, le vite, le vittorie del Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa.
    Immagine principale
  • Aggressioni ad agenti e carabinieri in aumento

    Titolo
    Aggressioni ad agenti e carabinieri in aumento di oltre il 25% nel 2017 - ASAPS
    Contenuto della pagina

    Giordano Biserni
    Presidente ASAPS

     

    Sono dati veramente preoccupanti. Quasi nessuno ne parla, ma le aggressioni alle forze di polizia durante i servizi di vigilanza stradale o controllo del territorio sono sempre più allarmanti. Ricordiamo che in questo Osservatorio non rientrano le altre lesioni agli agenti conseguenti all’attività di mantenimento dell’ordine pubblico o di indagini di polizia giudiziaria.
    Nei primi 9 mesi del 2017 lo speciale Osservatorio “Sbirri Pikkiati” dell’ASAPS ha registrato 2.027 aggressioni fisiche refertate a carico di agenti e carabinieri, con un incremento di 416 attacchi rispetto allo stesso periodo del 2016 e un assurdo incremento del 25,8%. Si consideri che in tutto il 2016 le aggressioni furono 2.113.

    Ancora i Carabinieri al primo posto negli attacchi con 938 aggressioni fisiche pari al 46,3%, seguono gli agenti della Polizia di Stato con 740 (36,5%), poi la Polizia Locale con 213 (10,5%). Il resto delle aggressioni è distribuito fra le altre forze di polizia (8,5%).
    In 537 casi l’aggressore era ubriaco o drogato pari al 26,5%. Esattamente 212 i drogati dei 537 casi.
    Sono stati 925 gli attacchi portati da stranieri, cioè il 45,6% del totale. Una percentuale piuttosto costante negli anni e sempre superiore al 40%.
    In 346 casi gli aggressori hanno utilizzato armi proprie o improprie (è compresa qui la stessa vettura per investirli) 17,1%.
    Insomma anche nel 2017 oltre 7 agenti o carabinieri sono entrati ogni giorno in un pronto soccorso, uno ogni 3 ore circa. Le lesioni spesso sono di pochi giorni, ma in alcuni casi sono state gravissime, come quelle riportate nel settembre scorso dall’ispettore della Polizia Locale di Catania Luigi Licari, vittima di una brutale aggressione durante il suo servizio e ricoverato in gravi condizioni in coma farmacologico. L’ispettore ancora oggi versa in condizioni serie e non ha ripreso le sue normali funzioni.

    Non sono mancate per gli operatori di polizia fratture agli arti, al setto nasale, ferite da investimento col veicolo.
    Una situazione ormai persino imbarazzante da descrivere.
    Noi, l’ASAPS, non ci vogliamo limitare a tenere solo questa triste contabilità della violenza, ma facciamo un appello alla politica e ai vertici delle Istituzioni perché questa situazione umiliante e rischiosa venga finalmente affrontata da chi ha le competenze e i poteri per farlo.
    Anche i cittadini devono preoccuparsi di questo fenomeno ormai incontenibile. Quando viene aggredita la diga, se gli argini non tengono, poi dopo ci siamo noi tutti.


    Ringraziamo Giordano Biserni e ASAPS, per averci concesso l’opportunità di condividere questo lavoro. L’articolo è stato originariamente pubblicato il 21 dicembre 2017 ed è consultabile direttamente sul sito di ASAPS cliccando su questo link.


    Data di pubblicazione
    Riassunto
    Violenza incontenibile sulla strada. I dati sempre più preoccupanti dell’Osservatorio “Sbirri Pikkiati” dell’ASAPS.
    Immagine principale
  • Mamma di Peppino Impastato nel memoriale del Giardino dei Giusti

    Titolo
    La mamma di Peppino Impastato nel memoriale del Giardino dei Giusti di tutto il Mondo
    Contenuto della pagina

    Il Giardino dei Giusti di tutto il Mondo, è un luogo simbolico che la città di Milano ha voluto dedicare alla memoria delle figure esemplari di resistenza morale di ogni parte della Terra. Nel Giardino vengono onorati gli uomini e le donne che hanno aiutato le vittime delle persecuzioni, difeso i diritti umani ovunque fossero calpestati, salvaguardato la dignità dell’Uomo contro ogni forma di annientamento della sua identità libera e consapevole, testimoniato a favore della verità contro i reiterati tentativi di negare i crimini perpetrati. A ciascuno di loro è dedicato un ciliegio selvatico, messo a dimora durante una cerimonia in sua presenza o con la partecipazione dei suoi familiari, con un cippo in granito deposto nel prato sottostante. Il giardino si trova nella grande area verde del Monte Stella.

    Giardino dei Giusti

    Dal 8 marzo 2016, Felicia Bartolotta Impastato fa parte della grande famiglia del Giardino dei Giusti. A testimonianza della “RESISTENZA MORALE E CIVILE DELLE DONNE PER LA PROPRIA DIGNITÀ, PATRIMONIO UNIVERSALE”. Nei giorni della ricorrenza della sua scomparsa, la ricordiamo attraverso il gesto con il quale la città di Milano ha voluto ospitarla all’interno del Giardino dei Giusti di tutto il Mondo. Il ciliegio selvatico che da allora porta il suo nome, continua a crescere a fianco dei ciliegi di Vaclav Havel, Primo Levi, Nelson Mandela e i tanti Giusti che hanno fatto grande il genere umano. Nonostante il genere umano.

    Felicia Bartolotta Impastato, la madre di Peppino Impastato

    Felicia Impastato memoriale
    Ha difeso la memoria del figlio Peppino ucciso dalla mafia nel 1978 a Cinisi e denunciato il boss mandante del delitto

    Felicia Bartolotta nasce in una famiglia della piccola borghesia provvista di qualche appezzamento di terra, coltivato ad agrumi e ulivi. Il padre è impiegato al Comune, la madre casalinga, come sarà anche Felicia. Si sposa, nel 1947, con Luigi Impastato, di una famiglia di piccoli allevatori legati alla mafia del paese. Il 5 gennaio 1948 nasce Giuseppe, detto Peppino; nel 1953 nasce il secondogenito Giovanni. Luigi Impastato, durante il periodo fascista, aveva fatto tre anni di confino a Ustica, assieme ad altri mafiosi della zona, e durante la guerra era stato dedito al contrabbando di generi alimentari. Dopo non ebbe più problemi con la giustizia. Il cognato di Luigi, Cesare Manzella, marito della sorella, era il capomafia del paese. Manzella muore nel 1963, ucciso dall’esplosione di un’auto imbottita di tritolo.

    La morte dello zio colpisce profondamente Peppino, che aveva quindici anni e da tempo aveva cominciato a riflettere su quanto gli dicevano il padre e lo zio. Felicia ricorda che le diceva: «Veramente delinquenti sono allora». L’affiatamento con il marito dura molto poco. Lei stessa afferma: «Appena mi sono sposata ci fu l’inferno. Attaccava lite per tutto e non si doveva mai sapere quello che faceva, dove andava. Io gli dicevo: ‘Stai attento, perché gente dentro [casa] non ne voglio. Se mi porti qualcuno dentro, che so, un mafioso, un latitante, io me ne vado da mia madre’». Felicia non sopporta l’amicizia del marito con Gaetano Badalamenti, diventato capomafia di Cinisi dopo la morte di Manzella, e litiga con Luigi quando vuole portarla con sé in visita in casa dell’amico. Il contrasto con il marito si acuirà quando Peppino inizierà la sua attività politica.

    Per quindici anni, dall’inizio dell’attività di Peppino fino alla morte di Luigi, avvenuta otto mesi prima dell’assassinio del figlio, la vita di Felicia è una continua lotta, che però non riesce a piegarla. In quegli anni non ha più soltanto il problema delle amicizie del marito. Ora c’è da difendere il figlio che denuncia potenti locali e mafiosi e rompe con il padre, impegnandosi nell’attività politica in formazioni della sinistra assieme a un gruppo di giovani che saranno con lui fino all’ultimo giorno. Felicia difende il figlio contro il marito che lo ha cacciato di casa, ma cerca anche di difendere Peppino da se stesso. Quando viene a sapere che Peppino ha scritto sul foglio ciclostilato L’idea socialista un articolo sulla mafia va in giro per il paese per raccogliere le copie e distruggerle. E quando l’attività politica di Peppino entra nel vivo, non ha il coraggio di andare a ascoltare i suoi comizi, ma intuendo di cosa avrebbe parlato chiede ai suoi compagni di convincerlo a non parlare di mafia. E a lui: «Lasciali andare, questi disgraziati».

    Morto il marito in un oscuro incidente, Felicia intuisce che per Peppino il pericolo è aumentato: «Guardavo mio figlio e dicevo: ‘Figlio, chi sa come ti finisce’. Lo andai a trovare che era a letto, gli dissi: ‘Giuseppe, figlio, io mi spavento’. E come apro quella stanza, ché ci si corica mia sorella là, io vedo mio figlio, quella visione mi è rimasta in mente».

    La mattina del 9 maggio 1978 viene trovato il corpo sbriciolato di Peppino. Felicia dopo alcuni giorni di smarrimento decide di costituirsi parte civile nel processo per l’omicidio. Una decisione che nelle sue intenzioni doveva servire anche per proteggere Giovanni, il figlio che le era rimasto e che, al contrario, in questi anni si è impegnato assieme alla moglie (anche lei Felicia), per avere giustizia per la morte di Peppino. Felicia ricorda: «Gli dissi: ‘Tu non devi parlare. Fai parlare me, perché io sono anziana, la madre, insomma non mi possono fare come possono fare a te’». Per questa decisione ha dovuto fare ancora una volta una scelta radicale, rompere con i parenti del marito che le consigliavano di non rivolgersi alla giustizia.

    Al contrario, da allora Felicia ha aperto la sua casa a tutti coloro che volevano conoscere Peppino. Le delusioni, quando sembrava che non si potesse ottenere nulla, e gli acciacchi di un’età che andava avanzando non l’hanno mai piegata. Al processo contro Badalamenti (fortemente voluto da lei e dal figlio Giovanni), venuto dopo 22 anni, con l’inchiesta chiusa e riaperta più volte grazie anche all’impegno di alcuni compagni di Peppino e del Centro a lui intitolato, con il dito puntato contro l’imputato e con voce ferma lo ha accusato di essere il mandante dell’assassinio. Badalamenti è stato condannato, come pure è stato condannato il suo vice.

    Entrambi sono morti, e Felicia, che aveva sempre detto di non volere vendetta ma giustizia, a chi le chiedeva se aveva perdonato rispondeva che delitti così efferati non possono perdonarsi e che Badalamenti non doveva ritornare a Cinisi neppure da morto. E il giorno in cui i rappresentanti della Commissione parlamentare antimafia le hanno consegnato la Relazione, in cui si dice a chiare lettere che carabinieri e magistrati avevano depistato le indagini, esprime la sua soddisfazione: «Avete risuscitato mio figlio». Felicia ha accolto sempre con il suo sorriso tutti, in quella casa che soltanto negli ultimi tempi, dopo un film che ha fatto conoscere Peppino al grande pubblico, si riempiva, quasi ogni giorno, di tanti, giovani e meno giovani che desideravano incontrarla. Rendendola felice e facendole dimenticare i tanti anni in cui a trovarla andavano in pochi e a starle vicino erano pochissimi. E ai giovani diceva: «Tenete alta la testa e la schiena dritta».

    Muore il 7 dicembre 2004 nella sua casa a Cinisi.


    Il brano “FELICIA BARTOLOTTA IMPASTATO, la madre di Peppino Impastato” è tratto dalla scheda pubblicata da Gariwo, La Foresta dei Giusti, che ringraziamo pubblicamente per l’apprezzata concessione alla riproduzione. Il testo originale è disponibile sul sito di Gariwo ed è raggiungibile cliccando questo link.


     

    Data di pubblicazione
    Riassunto
    Un cippo in granito ed un ciliegio selvatico ricordano Felicia Bartolotta Impastato nel Giardino dei Giusti di Milano.
    Immagine principale
  • Ricordo Brigadiere Attilio Bonincontro

    Titolo
    «Ho fatto solo del bene e non temo nulla» così il Brigadiere Attilio Bonincontro spiegava perché non era mai armato
    Contenuto della pagina
    Data di pubblicazione
    Riassunto
    A 40 anni dalla sera in cui perse la vita, ricordiamo il Brigadiere Attilio Bonincontro reo della sola colpa di non volersi piegare alla criminalità mafiosa.
    Immagine principale
  • michele liguori vittima del dovere

    Titolo
    Cinque anni fa moriva Michele Liguori, eroe della Terra dei fuochi, oggi Vittima del Dovere
    Contenuto della pagina

    di Maurizio Patriciello

     

    Aveva 59 anni quando, cinque anni fa, moriva Michele Liguori. Tenente dei vigili urbani di Acerra, nel Napoletano, era stato assegnato al pool ambientale; pool formato da un solo componente: lui. Non si scoraggiò ma con i pochi mezzi a disposizione si mise a lavorare alacremente.

    Michele amava la sua terra, la terra dei suoi padri, la terra dei suoi figli. E in quella terra da qualche anno accadevano cose inspiegabili. Incredibili. Quella terra si andava trasformando, sotto gli occhi di tutti, nella discarica di tonnellate di rifiuti industriali provenienti dal nord Italia. Michele iniziò a indagare, perlustrare, denunciare. A richiamare l’attenzione delle istituzioni.

    Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Non una volta sola, sia da chi aveva interessi occulti che da amici preoccupati per i rischi che correva, si sentì dire: « Ma chi te lo fa fare?». Chi te lo fa fare a perdere la pace? A rovinarti la salute? La rassegnazione è una brutta bestia. Quando la gente perde la speranza, quando non crede più a nessuno; quando trascina stancamente le giornate, e si convince che “non c’è più un giusto, nemmeno uno”.

    Al tenente Liguori quelle parole non piacevano, gli facevano più male di una pugnalata al cuore. Non era un ingenuo, Michele, sapeva bene che il via vai illegale dei rifiuti industriali era redditizio per i delinquenti e pericoloso per chi tentava di bloccarlo. Sapeva bene che la camorra da sola avrebbe potuto ben poco se non avesse avuto l’aggancio delle istituzioni, che a loro volta, sotto banco, intessevano rapporti con certi colletti bianchi, ormai insozzati.

    Michele sapeva che per mettere a tacere un uomo di buona volontà basta fargli terra bruciata intorno, isolarlo, metterlo alla berlina. Sapeva tutto il tenente di Acerra ma sentiva di dover assolvere a una missione. La sua terra veniva violentata, inquinata, avvelenata. La sua gente si intristiva, si ammalava, moriva. No, non c’era tempo per pensare a se stessi. Non era possibile tirare i remi in barca. Ai diritti si può anche rinunciare ai doveri no.

    Non potevo far finta di non vedere, a me i vigliacchi non piacciono” rispose a un giornalista con un fil di voce sul letto di morte. Tutti sapevano nomi e cognomi degli inquinatori di Acerra; tutti conoscevano i tre fratelli Pellini, due imprenditori nel settore dei rifiuti e uno, addirittura, carabiniere. Loro, milionari, potevano permettersi una schiera di avvocati coadiuvati da schiere di periti. E l’Italia, all’epoca, non aveva nemmeno una legge sugli ecoreati capace di incastrare gli avvelanatori. E poi c’era quella benedetta – o maledetta? – prescrizione, che, come un balsamo, al momento opportuno, correva in aiuto non ai maltrattati ma ai maltrattatori.

    Michele, però, è testardo. Non molla. Non si rassegna. Non indietreggia. Come attratto dal canto di una sirena, va e viene dalle campagne. Di quelle campagne conosce ogni sito, ogni angolo, ogni segreto. Fotografa, parla, denuncia. Chiede aiuto. Gli servirebbero più uomini, più mezzi, più collaborazione.

    Il maresciallo Liguori è uno zelante servitore dello Stato. Talmente zelante che, pochi anni dopo, sarà sollevato dall’incarico e trasferito al castello baronale, uno di quei posti agognati da tanti impiegati pigri e negligenti; dove non si corrono rischi e lo stipendio è assicurato. In parole povere, il tenente Liguori, viene messo a tacere.

    I miasmi tossici respirati durante le lunghe perlustrazioni, i veleni che andava a scavare con le proprie mani, hanno portato, però, le loro conseguenze. Michele si ammala di due tumori. Lotta contro il mostro che lo divora lentamente. Spera di guarire, si illude, poi capisce che i giorni si fanno brevi. Alla vigila di san Sebastiano martire, patrono della polizia locale, Michele rende la sua anima a Dio.

    I fratelli Pellini sono stati riconosciuti colpevoli. La cassazione ha detto l’ultima parola. Michele ha vinto la battaglia. Anche grazie a lui la “terra dei fuochi” campana ha reso un servizio a tutta l’Italia. Oggi tante regioni vanno scoprendo i nostri stessi problemi. Terra dei fuochi infatti “non è un luogo ma un fenomeno”. Un fenomeno talmente grave e pericoloso per l’ambiente e la salute da spingere papa Francesco a donare al mondo e alle future generazioni l’importantissima enciclica “Laudato si’”.

    Michele Liguori è stato riconosciuto Vittima del Dovere nel 2018.


    Ringraziamo Maurizio Patriciello per averci concesso l’opportunità di condividere questo lavoro, attualizzandolo. L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero de l’Avvenire del 19/01/2018 ed è consultabile direttamente sul sito della testata all’ indirizzo: https://goo.gl/gXVBbm


     

    Data di pubblicazione
    Riassunto
    Tenente dei vigili urbani di Acerra, nel Napoletano, era stato assegnato al pool ambientale. Lottò con grande coraggio per difendere l'Italia dagli inquinatori.
    Immagine principale
  • Brigadiere lombardini ucciso da terroristi

    Titolo
    Il Brigadiere Lombardini ucciso da un commando di terroristi. Argelato non lo ha dimenticato
    Contenuto della pagina

    Dal Notiziario Storico dell’Arma dei Carabinieri

     

    Foto brigadiere Andrea Lombardini e Gennaro Sciarretta

    Il 5 dicembre 1974, a seguito di una segnalazione telefonica pervenuta alla stazione dei Carabinieri di Castello d’Argile, in provincia di Bologna, il comandante, Brigadiere Andrea Lombardini (quel giorno a riposo settimanale), rintracciava insieme al Carabiniere Gennaro Sciarretta, un furgone sospetto fermo su una strada di campagna nei pressi del cimitero di Argelato.

     

    Avvicinatosi per controllarne i tre occupanti, veniva attinto mortalmente da numerosi colpi esplosi dall’interno della cabina, presumibilmente con un mitra “Sten”, una pistola “Bernardelli” è una “Beretta”, entrambe calibro 7,65. Il Carabiniere Sciarretta, trovato riparo dietro l’automezzo militare, in direzione del quale i malviventi esplodevano altri colpi, reagiva con il Moschetto Automatico Beretta (M.A.B.) in dotazione, facendo partire una raffica di 9 colpi che attingeva la parte anteriore del furgone.

    I malfattori, illesi, avvedutisi del inceppamento delle proprie armi, uscivano dal mezzo arrendendosi ma, approfittando di un momento di distrazione del militare che si era voltato verso il proprio comandante morente, gli si lanciavano addosso e, dopo una violenta colluttazione, riuscivano a disarmarlo e a tramortirlo, colpendolo al capo con il calcio dell’arma. Successivamente, sottrattagli anche la pistola d’ordinanza, si allontanavano a bordo dell’automezzo militare trovato abbandonato poco lontano insieme al M.A.B. Il Carabiniere Sciarretta fortunatamente riportava lesioni non gravi.

    Le indagini permettevano di appurare che l’intervento dei militari aveva frustrato il piano di criminali, successivamente arrestati e identificati quali appartenenti alle “Brigate Rosse”, intenzionati a rapinare il portavalori di uno Zuccherificio della vicina San Giorgio di Piano per “autofinanziare” l’organizzazione.

    Assassini di Argelato

    Alla memoria del Brigadiere Lombardini verrà Concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare e la Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria nonché la Medaglia d’Oro di Vittima del terrorismo. Il Carabiniere Sciarretta sarà insignito della Medaglia di Bronzo al Valor Militare, concessa in data 22 aprile 1975. 

     


    Brigadiere Andrea Lombardini biografia

    Nato a Borghi (PC) il 23 aprile 1940, si arruola nell’arma nel 1957 come Carabiniere, Ottenendo la promozione a Vice Brigadiere nel 1970 e a brigadiere nel 1972. Presta servizio in numerosi reparti di Puglia, Emilia Romagna, Veneto e Lazio. Dal 1974 è Comandante della stazione di Castello d’Argile (BO). Lascia la moglie. È decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria concessa il 22 aprile 1975, Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria conferita in data 30 dicembre 1974 e Medaglia d’Oro di vittima del terrorismo. Al suo nome è intitolata la sede del Comando Provinciale Carabinieri di Forlì, un cippo commemorativo in Via Macero ad Argelato e il parco “Brigadiere Lombardini” a Castello d’Argile.

     


    Ringraziamo la direzione di Notiziario Storico dell’Arma dei Carabinieri per averci concesso l’opportunità di condividere questo lavoro. L’articolo è stato pubblicato sullo Speciale 9 Maggio del II anno della rivista ed è consultabile direttamente sul sito della testata cliccando qui.

    Data di pubblicazione
    Riassunto
    Morire nel proprio giorno di riposo. La tragica fine del Brigadiere dei Carabinieri Lombardini.
    Immagine principale